Domenico Nano

I luoghi della follia
“Cortili recintati con alte reti, a cui si affacciavamo uomini che sembravano larve. [ ... ] Nessuno parlava, nessuno rivolgeva la parola all’altro. Qualcuno borbottava fra sé, ciascuno isolato nella propria sofferenza e nella propria malinconia. Le teste rasate li rendevano l’uno uguale all’altro, così come era uguale per tutti lo sguardo perso, che ti sfiorava senza vederti. [ … ] Le donne, nei loro recinti separati, apparivano ancora più desolate. Spettinate, sporche, infagottate in camicioni di tela, quando non erano chiuse e legate in un sacco che lasciava sporgere solo la testa, avevano sguardi di animali portati al macello o gli occhi esaltati di chi aspetta il momento della vendetta. Qualche nastro colorato fra i capelli ingialliti testimoniava i resti di una civetteria lontana, infantile, di cui non restavano tracce sui volti di bambine invecchiate. Donne giovani, precocemente ingrassate a causa dei farmaci, della vita immobile, fissa, sedevano su panche lungo le pareti del camerone, unico arredo per i giorni di tutta una vita. Dondolavano su e giù, avanti e indietro, solo movimento che testimoniasse che, a modo loro, erano vive. [ … ] A tavola, nei refettori squallidi - tavolacci nudi e panche – questi animali che si cerca di addomesticare, non avevano posate. Un piatto di latte e un cucchiaio: con il cucchiaio dovevano far tutto, perché coltello e forchetta sono armi pericolose. E la carne come la mangiavano? La strappavano con i denti, come bestie, e chi non aveva i denti non mangiava. Ma erano in tanti senza denti, perché chi mai si preoccupava di curare i denti ai “matti”? Se c’era un dente che faceva male, lo si toglieva e quando non ce ne erano più da togliere, il problema era risolto”. Esistenze sepolte, all’interno del manicomio, tra le rovine della follia, così magistralmente descritte da Franca Ongaro Basaglia, la cui intuizione conclusiva è folgorante : “Ma se, agli occhi di un profano, quelle donne e quegli uomini apparivano come animali che avevano perso ogni aspetto umano, era la malattia la responsabile di quell’abbrutimento o non piuttosto il modo con cui la si trattava ? Se non consenti all’uomo una possibilità di vita, come pretendere che la sua umanità riesca a sopravvivere ?”.
Segregazione, medicalizzazione ed esclusione totale dietro quelle assurde mura manicomiali che nascondevano una tragedia sociale consumata lontano dagli occhi del mondo.
Letti di contenzione, celle d’isolamento, camicie di forza, elettroshock punitivi.
Certo, un clima di violenza e di sopraffazione; ma forse ciò che più colpiva all’interno del manicomio era il gelido deserto affettivo che circondava il ricoverato, soffocandolo e condannandolo ad una lenta ed inesorabile cronicizzazione.
Le alte mura che separavano l’ospedale psichiatrico dal resto della città erano solo la testimonianza più evidente di un’esclusione, un’emarginazione, un isolamento per donne e uomini abbandonati a sé stessi e privati non solo di ogni affetto, ma anche dei più elementari diritti umani.
Ovunque, all’interno del manicomio, si coglievano segni di una vita disumana e invivibile che condannava inesorabilmente alla morte psichica, alla morte.
Quando, all’inizio degli anni settanta, in una fredda giornata d’ inverno, varcai per la prima volta, giovane studente di medicina, il cancello del manicomio della mia città, notai all’ingresso, sulla facciata dell’ospedale, il grande orologio. Le lancette erano ferme. Un brivido mi percorse, forse complice il freddo invernale, forse l’emozione del giovane studente che entra in quello che potrà essere il suo futuro luogo di lavoro. Certo che quell’orologio fermo, con le lancette bloccate, in quella giornata d’inverno, era perfetta metafora del luogo in cui stavo entrando: un luogo dimenticato in cui il tempo si era fermato per sempre e le emozioni si erano congelate.
Sono questi “i luoghi della follia”, oggi chiusi (speriamo per sempre …), in cui Bruno Cattani è entrato, con discrezione, per documentare, attraverso le sue fotografie, cosa fu in realtà il manicomio: uno spazio senza tempo, di inumana desolazione e di disperata solitudine.
Immagini drammatiche dove inferriate, chiavi, letti e celle di contenzione rimandano all’ambiente carcerario più che all’ospedale, alla custodia più che alla cura, alla perdita di libertà più che ad una ricerca di senso e di identità.
Mobili standardizzati e grigi e muri tetri, in buie e gelide stanze dove neppure la luce del sole, attraverso quelle finestre tutte uguali, riesce a portare con sé un po’ di calore.
Corridoi infiniti che videro passi senza speranza di uomini che trascinavano scarpe senza lacci (perché anche i lacci possono essere strumenti di morte), tenendosi i calzoni con le mani (perché con la cintura ci si potrebbe impiccare), privati di qualsiasi oggetto personale e vestiti con anonime divise manicomiali.
E poi, sempre nelle foto di Bruno Cattani, la feroce quiete dei giardini manicomiali; sedie arrugginite e rivolte al muro, che rimandano a comunicazioni interrotte e forse impossibili; cartelle cliniche che in poche pagine pretendono di raccontare vite e di cogliere mondi e dove la nota “prosegue invariato”, ripetuta di anno in anno, diventa pietra tombale su ogni eventuale possibilità di cambiamento.
Una psichiatria senza speranza, questa, una psichiatria che analizza i sintomi quali fossero elementi costitutivi di un universo morto e pietrificato; una psichiatria senza anima e senza spirito che rifiuta ogni interiorità e, soprattutto, che rifiuta l’ascolto di ogni interiorità esistenziale del paziente. Una psichiatria che vorremmo abbandonata per sempre, come la rigida ed impersonale valigetta del medico che Bruno Cattani fotografa tra i calcinacci del manicomio. Ben diversa dalle altre valigie, le valigie dei folli, nascoste sotto i letti: valigie che non sanno di scienza, che sanno soprattutto di povertà e di miseria, ma anche di un estremo anelito di libertà, nella nostalgia e nel desiderio insopprimibile di un ritorno a casa.
Fotografie che colgono, con grande sensibilità, lampi di una profonda umanità anche nel disperato tentativo di mantenere, all’interno di un ambiente spersonalizzato e spersonalizzante, piccole cose che possano far soffermare e allietare lo sguardo: disegni, ritagli di giornale, collage che rimandano, anche con i loro colori, alla vita al di là del muro e ad una possibile speranza per un’umanità dolente e disperata che solo il Cristo spezzato e abbandonato (in una delle fotografie forse più toccanti) può accogliere e consolare.

Oggi, a trent’anni dalla approvazione della Legge 180, il manicomio, certo, è chiuso, ma continua ad essere lucida metafora dell’esclusione su cui diventa, più che mai, necessario riflettere. E Bruno Cattani compie, in questo senso, un importante lavoro di testimonianza che, al di là del valore artistico, acquista un indiscutibile valore sociale. E’ il valore della memoria. Anche perché sappiamo che non è sufficiente abbattere le mura del manicomio per distruggere i fantasmi che sulla follia e sulla ‘diversità’ si espandono: occorre che alla trasformazione operata sul reale si accompagni una trasformazione a livello simbolico e occorre anche che sulla tragedia manicomiale e sulla lotta per una psichiatria dal volto umano non cali il velo della rimozione collettiva.
A tale proposito Franco Basaglia, in una delle ultime occasioni di riflessione pubblica sul significato complessivo dell’impresa della sua vita, nel 1979, un anno prima della sua morte e un anno dopo l’entrata in vigore della Legge 180, ci dice, con la sua formidabile capacità comunicativa, parole indimenticabili: “L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile. Dieci, quindici, venti anni addietro era impensabile che il manicomio potesse essere distrutto. D’altronde, potrà accadere che i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi ancora di prima, io non lo so! Ma, in tutti i modi, abbiamo dimostrato che si può assistere il folle in altra maniera e questa testimonianza è fondamentale. Non credo che essere riusciti a condurre una azione come la nostra sia una vittoria definitiva. L’importante è un’altra cosa, è sapere ciò che si può fare”.


Domenico Nano
Direttore Dipartimento Salute Mentale ASL-AOU Novara
Psicoanalista S.P.I.