Francesca Baboni, Stefano Taddei

Luoghi universali

”E’ nei luoghi che l’esperienza umana si forma, si accumula e viene condivisa, e il suo senso viene elaborato, assimilato e negoziato. Ed è nei luoghi, e grazie ai luoghi che i desideri si sviluppano e prendono forma, alimentati dalla speranza di realizzarsi,rischiano la delusione e – a dire il vero – il più delle volte vengono delusi.”

Zygmunt Bauman

Luoghi. Raccontati, vissuti, ricordati. Istanti di tempo che raccontano storie. In una società in cui il senso più pregnante viene proposto dall’immagine, anche la memoria deve adeguare i propri canoni di riferimento. Bruno Cattani propone una serie di opere in cui la fotografia si pone come fenomeno evocativo d’eternità. Attraverso la peculiare capacità del medium fotografico, l’autore cattura frammenti della realtà traducendone in modo personale l’idea di rappresentazione mnemonica. Questi sintagmi della concretezza sono uno spunto per proporre una manifestazione narrativa che si allontana dal particolare e vuole annunciarsi come universale. Proprio tale dinamica, insita nella percezione dei luoghi, veicolata in modo estatico, potenzia la portata semantica della narrazione. Gli spazi abitati diventano un magma di peculiarità, sempre guidati da uno svolgimento interno difficilmente circoscrivibile. La capacità suggestiva delle diverse opere, unita alla singolarità della ricerca fotografica, sedimenta un percorso nell’attualità che si scinde in molteplici rivoli di senso.
Una serie, quella delle “Memorie”, realizzata lungo un arco di tempo durato cinque lunghi anni. Un lavoro sofferto, iniziato da una commissione e sviluppatosi in seguito come un vero e proprio work in progress ancora aperto e legato ad una interpretazione che non è più soltanto personale ma è diventata oramai collettiva. Un lavoro a ritroso che scava nel non detto per cercare quelle immagini mai rimosse, attraverso flash che compaiono come una visione improvvisa e colpiscono al momento, evocazioni di un passato trascorso. Situazioni che divengono universali poiché appartengono all'immaginario di tutti, dettagli che non sono stati scelti ma sono apparsi loro stessi come scelta, che non sono stati trovati ma si sono lasciati semplicemente trovare, al cui richiamo il fotografo ha risposto. Piccoli particolari che si sono mostrati alla luce della sua sensibilità, con l'urgenza di essere raccontati. Possono essere strade deserte o popolate soltanto da una panchina solitaria o da un bambino che gioca in mezzo alle foglie o ancora tira un aquilone, altalene e giochi d'infanzia nella neve che si mischiano a nebbie padane e brandelli di muro oppure ex fabbriche abbandonate catturate da un occhio attento e calibrato. Vecchie foto ingiallite dal tempo, giocattoli di legno colorato, stanze dedicate alla pazzìa che conservano oggetti dimenticati e tracce evidenti di chi le ha abitate e che ricostruiscono attraverso la minuzia piccoli ma mai insignificanti pezzi di storie private. Bruno Cattani con uno sguardo attento e sapiente ferma il passaggio impietoso dei ricordi fissandolo con una cornice nera, quasi una finestra immaginaria, e lasciando una patina nebulosa sulla superficie per creare un effetto anticato che ci riporta alla dimensione onirica. Cogliendo sapientemente l'atmosfera di un luogo e di un oggetto, cataloga come in un elenco del sogno cose, paesaggi, inquietudini e solitudini, senza lasciare nulla al caso e senza alcun giudizio di sorta. Un sottile fil rouge collega questo nuovo lavoro a quelli precedenti, realizzati con l'intento di collegare il corpo alla cultura e all'arte, ma le persone ora passano in secondo piano. Non sono difatti le figure umane ad essere protagoniste - visibili soltanto di taglio oppure apparendo quasi per caso e senza disturbare - ma le tracce che lasciano nel loro passaggio, talvolta labili e appena visibili altre volte marchiate a fuoco nel terreno calpestato.
Bruno cattani scrive il suo personale viaggio nei ricordi, seguendo col pensiero quanto afferma Wim Wenders a proposito delle sue fotografie scattate in angoli di città nel volume “Immagini del Pianeta Terra” edito da Contrasto: “alcuni dei luoghi che ho fotografato stanno per scomparire, forse sono già scomparsi dalla faccia della Terra. Il loro ricordo dovrà aggrapparsi alle immagini che abbiamo di essi.”
Roland Barthes, nel celebre testo La camera chiara edito nel 1980, sottolineava la dimensione dell’ascolto dei luoghi. In quell’opera, il saggista francese sottolineava l’inscindibilità della fotografia dal suo referente, il suo essere necessariamente legata all’attimo congelato nella posa fotografica, nel momento in cui il “documento” fotografico tende a testimoniare l’assenza di qualcosa, piuttosto che la sua presenza.
La macchina fotografica può dunque trasformarsi in un mezzo d’ascolto di quei luoghi che nell'opera di Bruno Cattani si trasformano in veri e propri topoi di un presente-assente. Non è difficile trovare le radici e la stessa suggestione della valle padana e delle sue brume nel conterraneo Luigi Ghirri quando oppone all’idea della “sparizione” della realtà concreta quella della “apparizione”. Quando mette in primo piano una dimensione simbolica in cui l’autore deve potersi ancora stupire di fronte agli spazi che incontra, meravigliandosi ogni volta, scoprendo il fremito di un attimo, fermando l'attimo, o la minima variazione. O tangenze con Mimmo Jodice che non ha mai smesso di meravigliarsi di fronte ad armonie inattese, in particolar modo quando si perde a guardare tra i vicoli nascosti di Napoli affermando “ Vorrei citare Fernando Pessoa: ma cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare? Questa frase sembra scritta per me e descrive bene il mio atteggiamento ricorrente: perdermi a guardare, immaginare, inseguire visioni fuori dalla realtà”.
Sebbene negli scatti di Bruno Cattani non ci sia il bisogno d' inseguire nulla poichè la realtà è già metaforicamente davanti ai nostri occhi e i resti di ciò che rimane delle nostre visioni divengono pura e semplice poesia.