Italo Zannier

Apprezzo infinitamente la ricerca svolta da Bruno Cattani sul territorio dei Musei dell'antico.

Probabilmente il "formato Polaroid" - per la sua "immediatezza" tecnica - ha offerto a Bruno Cattani una nuova possibilità espressiva, coerente persino con la sua ansia di densità materica dell'immagine, che qui vive ulteriormente nell'oscurità dei pigmenti, nel mistero, nell'ambiguità dell'intravisto, tra il "vero e il falso", che in queste immagini si trasforma in "carnale o marmoreo".
La sequenza, particolarmente rapida, ha una logica in questo spettacolare orgasmo iconografico, che si risolve poco dopo il concepimento dei click; consente infatti di seguire, perseguire, un itinerario dello sguardo vivace, che fisiologicamente, ma con intelligenza progettuale, si muove attorno, vicino, ancora più vicino, e cosivvia.
Per fissare emozioni, altrimenti perse durante l'inerzia operativa, questa del Polaroid è una conquista anche per la creatività di Cattani; risulta altrimenti impossibile una rapida verifica del risultato, come qualsiasi progetto fotografico pretende, seguendo l'inevitabile e implicito iter che va dall'intuizione dell'immagine (ossia dell'esigenza di definirla figurativamente in un rettangolo di carta), passando per la scelta del "point de vue" per giungere allo scatto, quindi allo sviluppo, infine al transfer positivo...
Qui, invece, tutto è immediato o quasi, dopo una breve sosta e il respiro affannoso per l'entusiasmo dell'istante, prima che i fantasmi di luce scompaiano o non siano più significativi per quell'emozione.
Ma in queste immagini, c'è anche la memoria della storia della fotografia, del pionerismo di fotografi inesorabilmente immobili dinanzi all'archeologia, riscoperta proprio mediante le loro immagini, che oggi Cattani ripropone con le sue "piccole gemme"; così le avrebbe chiamate Ruskin, come quando ebbe da un "povero francese" di passaggio a Venezia, una sequenza di dagherrotipi del Canal Grande, la cui traccia è tuttora viva, anche nella nostra fantasia.


Italo Zannier