Mauro Bonaretti

La memoria
La memoria, in un gioco del bello/brutto, istintivamente viene posta nella cesta del bello.
Effettivamente, nel pensare alla memoria abbiamo, di primo acchito, sempre una naturale propensione all’incanto. Come se nelle nostre vite tutto il passato fosse incanto, rispetto al presente e  a tutto ciò che deve venire. Soltanto in seguito, quando ci fermiamo un istante a riflettere, il nastro riavvolto ci porta oltre l’adolescenza, a fare i conti con la complessità della nostra vita. Anzi, a ben vedere, la memoria assume un valore prettamente ontologico e ci mette a confronto con il senso stesso della nostra vita, molto distante dal gioco del bello/brutto.
La radice di memoria (smer), presente nel memor latino, la ritroviamo nel sanscrito per la parola amore (smaras) e nel greco per dire cura (mermera), ma anche affanno (merimna).
Memoria dunque come ricordo, cioè “ritorno dal cuore” (re e cor), dove la memoria ha la sua sede: come ricordo vivo, accompagnato da cura, amore, affanno.
Dunque la memoria deve essere intesa come cura e amore per i ricordi. Certo anche come processo fisiologico di acquisizione, ritenzione e richiamo, come spiegano le neuroscienze, ma con un forte valore emotivo, quasi affettivo, come suggerisce la radice smer.

Memoria e identità
Ed è proprio tramite il suo valore emotivo e cognitivo che la memoria è capace di generare crescita, perché capace di generare apprendimento. E’ infatti grazie alla pazienza, alla cura, all’amore, all’affanno, propri della riflessione, che le esperienze acquisite nella memoria e richiamate dai ricordi vengono smontate, sminuzzate e rielaborate nelle forme dell’apprendimento e della crescita. Proprio come avviene nei frammenti, nei dettagli della nostra vita quotidiana, così la fotografia scompone e ricompone le situazioni e ci restituisce gli elementi per comporre il collage della nostra esistenza.  
Crescere presuppone il coraggio di scendere nella profondità del proprio abisso per potersi guardare e conoscere: senza memoria e riflessione non abbiamo apprendimento né crescita.
Ed è proprio grazie a questo processo riflessivo che i ricorsi esperienziali, pur ripetendosi nelle condizioni, si collocano, come in una spirale, sempre ad un piano diverso e superiore rispetto a quello dei corsi precedenti. E’ cioè la memoria riflessiva che ci permette di non compiere più gli stessi errori, di non attivare procedure disfunzionali in modo patologico, di superare le difficoltà che incontriamo. E’ quella memoria che ci consente di avere ogni giorno più coraggio, perchè diveniamo ogni giorno più competenti della vita. Attraverso l’esperienza, la memoria e la riflessione elaboriamo così la nostra identità nel confronto continuo con noi stessi e, per differenza, con gli altri.
La memoria, cioè, non è mai un fatto statico di deposito informativo (cache), ma un processo relazionale, emotivo e cognitivo, essenziale per la crescita delle persone e la costruzione continua dell’identità personale nel tempo. Senza memoria non c’è crescita e non c’è identità. Senza memoria non abbiamo la libertà di essere noi stessi perché senza memoria non sappiamo chi siamo.
Dunque è facile capire una prima ragione perché mettiamo sempre la memoria nella cesta del positivo. Senza memoria non siamo.

La fotografia in questo senso ci propone la realtà che vede il fotografo ma nel contempo ci consente di costruire la nostra. Vediamo solo ciò che conosciamo e così anche quando cerchiamo di leggere nella memoria dell’artista in realtà è la nostra memoria che ci racconta le fotografia. Così, se non siamo, nelle foto non vediamo nulla, ma, se siamo, vediamo tutta la nostra storia, la nostra memoria, tutte le cose che abbiamo imparato della vita.     

Memoria e paura
A volte, al contrario, la memoria sembra essere un ostacolo alla crescita. Quando il processo di apprendimento e costruzione dell’identità avviene principalmente solo nel tempo e nella propria memoria, quando il nucleo delle esperienze è limitato, quando l’identità per differenza è difficile da costruire perché le relazioni possibili sono poche, allora la memoria improvvisamente ci sembra un limite e non più una risorsa.
La memoria e l’identità allora divengono una gabbia entro la quale chiudersi in difesa, per paura degli altri, di tutto ciò che la nostra esperienza non ha conosciuto e dunque la nostra memoria non contempla.
In questa fase storica di forti mutamenti negli assetti demografici e negli stili di vita, le persone e le comunità che nella propria memoria individuale e collettiva non hanno archiviato la diversità come esperienza della vita adottano comportamenti di forte chiusura. In questi casi la memoria non è più un strumento per crescere, ma, al contrario, un inibitore della crescita per differenza e un forte incentivo all’esclusione del diverso.
La memoria come unica fonte di identità diviene cioè un bene così prezioso da difendere e custodire da esperienze altre, diverse e soprattutto non archiviate (e dunque non contemplate);  essa diventa il recinto nel quale circoscriviamo la nostra vita.
La difficoltà di far convivere culture è cioè la difficoltà di far convivere memorie. Così come, ad esempio, la perdita della memoria di una dittatura diviene un rischio per la democrazia, allo stesso modo l’eccessivo valore dato esclusivamente alla propria memoria diviene ostacolo alla convivenza tra i popoli. La memoria diviene allora una zavorra nell’affrontare il futuro. Di fronte a un mondo senza ideologie, di fronte al futuro che non è lineare, comprensibile e “prendibile”, la memoria diviene un appiglio fortissimo per dare un senso alla nostra vita, per ritrovare la nostra capacità di affrontare la vita. Ma diviene anche un alibi per tutto ciò che non sappiamo apprendere di nuovo, per non affrontare nuove esperienze che ci spaventano, per non dichiarare a noi stessi la nostra incompetenza di fronte alla complessità della vita.
Guardare con occhi liberi, come avviene nelle fotografie qui riportate, cercando tracce di altre memorie, diverse dalla propria, è un modo per cercare altra vita e per trovare domani le cose che oggi ancora non sappiamo vedere.

Questo rischio di chiusura non avviene solo sul piano sociale. Anche sul piano personale l’eccesso di memoria può bloccarci. A volte la memoria ci ossessiona, non ci consente di guardare avanti. Come una catena, essa ci blocca nel rimuginare il passato e non ci consente di concepire nuove esperienze, di affrontare la vita costruendo il nuovo. Ci impedisce di crescere.
Così come non si cresce senza memoria, così non si cresce se ci si lascia andare alla memoria in modo circolare, senza controllo riflessivo, senza innescare il piano più alto della spirale che ci consente di proseguire nel nostro cammino, per dare un senso a quel breve tratto della vita compreso tra ciò che c’è prima di noi e ciò che viene dopo di noi.      
Non a caso la nostra memoria è selettiva e ci restituisce solo le cose che sappiamo accettare di noi stessi. E’ una forma di sopravvivenza per reggere l’angoscia della vita e delle scelte che compiamo ogni giorno. E’ un modo di selezionare i ricordi che ci permette di andare avanti, rimuovendo e lasciando all’oblio i nostri errori o i nostri dolori, che non  riusciamo ad affrontare. La memoria in questi casi ci sottrae al senso di colpa che la nostra fragilità non ci consente di reggere. Quando ci sentiamo inadeguati e non abbiamo il coraggio di scendere nel profondo per fare i conti con noi stessi e con il peso della nostra libertà, è la memoria che ci viene incontro e ci aiuta a sopravvivere alla nostra imperfezione, selezionando solo ciò che riusciamo a sostenere di fronte al dover essere. E’ la memoria che ancora una volta ci aiuta a proseguire facendoci vedere solo ciò che possiamo permetterci di vedere.

Memoria e nostalgia
Ma non sempre riusciamo emotivamente ad affrontare la vita in modo lineare e spesso la memoria sconfina nella grecità del nostos (ritorno) algos (dolore), nella nostalgia, cioè nel dolore inappagato del ritorno. Proprio quando il futuro diviene più incerto, quando ci sentiamo più fragili, quando i giorni che rimangono diventano insicuri e quelli passati più numerosi, la memoria spesso si sovrappone alla nostalgia. Ci aggrappiamo a ciò che eravamo e avremmo voluto o potuto essere: calciatori, poeti, giovani, padri, madri, col futuro davanti, con meno passato alle spalle. Pensiamo a cosa avremmo potuto essere e non siamo stati. Ci aggrappiamo a qualcosa nel quale abbiamo sognato e creduto, torniamo alle nostre speranze. La memoria diviene al contempo veicolo, ma anche antidoto della nostalgia.
Veicolo perché è proprio la memoria che ci consegna alla nostalgia e al dolore di non poter tornare indietro.  Ma è anche antidoto perché dolcemente ci permette di far fronte al dolore per il rimpianto, consentendoci almeno con i ricordi di compiere quel viaggio all’indietro, di farci tornare alle nostre scelte e farci illudere che avremmo avuto un’altra possibilità, un’altra vita da sognare. In fondo ci consente di tornare non solo a ciò che eravamo, ma anche a ciò che non siamo stati: a quella vita altra che non abbiamo vissuto e proprio perché ignorata, possiamo solo immaginarla.
Nella nostalgia è insita proprio l’ignoranza di ciò che è accaduto in nostra assenza e non a caso ad esempio per gli spagnoli “anorar” si traduce con “provare nostalgia”. E’ l’ignorare le cose che si trasformano. Siamo noi, i luoghi e le persone che trasformiamo nella nostra assenza. E’ proprio questa ignoranza che ci permette di costruire un ricordo e un pensiero che non sono realtà. Non è solo un difetto di memoria quello che ci sorprende diversi quando torniamo nei luoghi ai quali siamo legati o incontriamo di nuovo persone un tempo care. In quei frangenti non è solo la memoria selettiva che ci fa sentire così diversi da come avevamo memoria.  E’ il non conoscere ciò che accade durante il periodo della nostra assenza che ci permette di elaborare un’altra realtà, mentre la vita e il tempo trasformano noi e gli altri.
Spesso poi non è solo la nostra memoria diretta a farci viaggiare all’indietro con i ricordi (o nel sogno che l’ignoranza consente), ma anche la memoria di altri e delle epiche che noi non abbiamo vissuto, ma che comunque sono parte di noi. Sono le storie dei ritorni di Ulisse nell’Odissea o di Ruth nell’Antico Testamento, ma anche semplicemente le vicende storiche che altri hanno narrato. Quando si è di fronte al grande prato delle Termopili è il racconto di Erodoto a darci memoria di un’esperienza che non abbiamo vissuto e che nessun segno fisico ci può oggi raccontare: la sola potenza del racconto ci fa sentire viva una memoria collettiva e ci permette di tornare a duemila e cinquecento anni fa.
Proprio come i racconti della nostra tradizione operaia ci consentono di tornare indietro di mezzo secolo e sentire nell’aria le sirene e i colpi degli attrezzi quando osserviamo le fotografie delle Officine Reggiane abbandonate.
Ma in fondo è solo così che possiamo avere il coraggio di allontanarci dalla nostra base sicura: avendo la memoria per poter ritornare e l’ignoranza che ci accompagna nel viaggio. L’epica della nostalgia descritta nel mito di Ulisse si accompagna sempre al coraggio della partenza ma anche alla fatica del ritorno inscritto nel destino dell’uomo. L’angoscia dell’infinito della linea retta della vita trova gli anticorpi nei nostri archetipi: il ritorno come simbolo della finitezza della vita. In questa dialettica tra noto ed ignoto, tra finito ed infinito, tra il coraggio di proseguire e il desiderio di ritornare, sta il senso delle nostre scelte e del nostro crescere.
E’ la memoria che ci aiuta a costruire il senso del nostro rapporto con i luoghi, le cose e le persone.

Memoria e senso della vita
In questa relazione tra noi e l’altro (luoghi, cose, persone) è, però, fondamentale provare a invertire la prospettiva. Se è vero che la memoria ha un valore straordinario per dare senso alla vita nella relazione col sé, è altrettanto interessante osservare come la memoria sia capace di dare senso alla nostra vita anche nella relazione con l’altro. Se ci pensiamo bene, quando parliamo di memoria non solo facciamo riferimento alla nostra memoria dell’altro, ma spesso ci chiediamo quale memoria l’altro avrà di noi. Nel nostro pensiero vive la speranza di essere ricordati, di lasciare una traccia. E’ la ricerca di un nostro appunto glossato nei vecchi libri per vedere se le pagine si ricordano di noi, è l’altalena o lo stabilimento balneare che ci hanno visti ragazzi ai quali chiediamo di farci da specchio, è cercare noi stessi nella vecchia casa, è la speranza di lasciare un ricordo nel pensiero di chi non vediamo da tempo, è chiedere alle fotografie degli antenati se dentro di loro c’è una parte di noi che ci renda meno finiti. La relazione è bidirezionale: l’altro attiva il nostro ricordo, ma al contempo cerchiamo sempre nell’altro se sono rimaste tracce del nostro passaggio. Lasciare un segno della nostra esistenza diviene forma di sopravvivenza all’angoscia della finitezza della vita e missione implicita della nostra esistenza.
Ancora una volta, cioè, stiamo chiedendo alla memoria di dare un senso alla nostra vita e di aiutarci a reggere l’angoscia del vivere. Alla memoria chiediamo dunque non solo di aiutarci a crescere, di condurci nel ritorno verso il nostro porto o di permetterci di accettare le scelte che abbiamo fatto, ma anche di consegnarci i segni del nostro passaggio nella vita. La memoria è dunque, in questa prospettiva, anche la paura che gli altri o le cose non abbiano memoria di noi. E’ forse la paura di essere dimenticati o di non lasciare un segno di noi nel breve tratto della vita. E’ la nostra fragilità che cerca nell’altro che ci ha conosciuto le conferme della nostra identità.
In fondo è il bisogno di sentirsi unici, è il bisogno di rifiutare l’idea di essere una sola unità dei sette miliardi di persone che vivono tutti i giorni nel nostro pianeta. Per questo ognuno di noi è convinto di avere una storia speciale da raccontare, per raccontare prima di tutto a se stessi la propria esistenza unica.
In realtà, se acquisiamo un minimo di umiltà, ci accorgiamo di essere parte di grandi storie collettive: i miti e le grandi narrazioni, appunto, che rappresentano la storia di ognuno di noi. Ma non solo. Ci sono segni che riteniamo proprietà della nostra memoria, ma che se li osserviamo da più angolature rappresentano non solo le memorie di altri individui, ma anche le memorie collettive di culture diverse.
Sono segni che appartengono all’umanità intera e non solo a noi stessi.   
Le scarpe in fondo al letto della campagna reggiana le ho viste uguali nei racconti di Enzo Bianchi sulle campagne del Piemonte. Lo stesso biliardino con i giocatori in legno, grandi come birilli, si può trovare nelle sale rumorose dell’Oveja Negra in piene ramblas di Barcellona. A Ragusa Ibla gli antenati appesi alle pareti hanno le stesse facce dei reggiani e solo quando il quadro è leggermente staccato dal muro hanno un significato diverso dalla richiesta di protezione. La sedia sul terrazzo assolato con i fili per stendere la biancheria è forse la stessa che qualche anno fa era in un terrazzo di Matera o di Kalymnos.
In questo senso anche i luoghi della memoria potrebbero essere intesi come non luoghi: potrebbero essere ovunque. Ma in realtà sono luoghi eccome, e sono solo nostri (anche se sono di tutti) proprio perché ciò che fa la differenza è la densità delle relazioni che corrono vibranti tra noi e loro. Quei luoghi diventano così luoghi nostri e al contempo di tutti.
E’ l’appropriarci di questi luoghi che ci permette di affrontare la banalità della nostra esistenza e insieme è l’appropriarci di questi luoghi che permette ancora la banalità del male di chi, per potersi sentire unico, si sente così diverso da rifiutare di dividere un destino comune a tutti noi.