Michèle Moutashar

Ho cercato a lungo, nell'universo fotografico di Bruno Cattani, ciò che continuava a provocare le vertigini..., perché affioravano regolarmente alla memoria, evocate da non so quale movimento all'indietro, queste sensazioni di galleggiamento del diaframma come in genere le procurano gli ascensori, o ancora, ma diversamente, il moto di una macchina nel momento in cui s'ingrana furtivamente la retromarcia senza neppure aspettare di essersi fermati: attimo paradossale in cui il corpo, come preso tra due gravità, collocato nel mezzo di questi movimenti che si creano intorno ad esso senza toccarlo, ne sopporta comunque le onde su tutti i propri punti di appoggio interni, come fossero delle membrane di galleggiamento.

Se si volesse avvicinare un elemento di questo universo, sarebbe con un colpo sull'umor vitreo, come se queste immagini scivolate sotto i nostri occhi, non fossero ancora uscite del tutto dal fissatore e continuassero a disporsi sulla superficie molte particelle in sospensione. Il nero (qui si può parlare in effetti di neri), così comune agli artisti dell'Emilia, non ha più nulla questa volta del famoso "noir lumière", ma rileva piuttosto una materia caricata a lungo, qualcosa - per riprendere il nostro ascensore mentale - simile ad un liquido amniotico.
Questo punto di vertigini, Cattani lo afferra nell'incontro, orchestrato come sul soffitto della Sistina, tra il corpo spettrale del visitatore (non ritorneremo sulla tecnica che dispensa l'artista dalla facilità dello sfumato) e le cose che lo circondano. Da qui lo straripare così frequente dei primi piani, che salgono in sbieco, piano come un granchio, ben al di là di questa linea dell'orizzonte che ci sta alle spalle, questi piani sempre dilatati, popolati di ombre che camminano, in cui si tratta letteralmente di prendere piede e questo raddoppiamento delle cose che non finiscono più di ricongiungersi e di attraversarsi, seguendo il moto della risacca.
Un'immagine, forse più di altre, mantiene esattamente questo senso di vertigine, quelle delle due teste di bambini di epoca romana apparse nell'assenza di gravità di un museo di Reggio Emilia: ritratto di ritratti già passati di duemila anni, senz'altro visitatore che il fotografo il quale monta questi visi al contrario - e che dirà se ce n'era uno o due, o semplicemente il riflesso del pensiero del primo - visi non ancora del tutto nati, proprio nell'attimo in cui si stanno pensando...


Michèle Moutashar
Arles, 28 dicembre 1999