Sandro Parmiggiani

 Le ragioni del cuore, gli enigmi dell’ordinario

Capita, in pittura, che un artista trovi un motivo che suscita l’interesse e il favore degli appassionati, e allora la tentazione di ripeterlo – magari con versioni stanche e raramente intrise di quel pathos che anima la scoperta e la rivelazione di qualcosa di nuovo, quando esso va a interagire con l’interiorità – può diventare irresistibile – a meno che, come è successo per le nature morte di Giorgio Morandi, ciò che l’artista rappresenta sia puramente funzionale alla pittura: come ha scritto Avigdor Arikha, “Morandi è un pittore astratto che con i suoi quadri attingeva al visibile” (1). Anche in fotografia, potrebbe verificarsi questa deriva che ha abbagliato, e continua a sedurre, alcuni pittori, anche se chi si confronta, in occasione di ogni scatto, con una porzione di reale è necessariamente costretto ad affinare lo sguardo su soggetti sempre diversi, che magari possono avere qualche elemento di déjà-vu, ma che sempre lo obbligano a misurarvisi nella loro irriducibilità – come avviene per chi, in pittura o nella fotografia artistica, si cimenti con il ritratto di una persona. 

Sette anni fa Bruno Cattani tenne una mostra di sue fotografie a colori al Palazzo dei Principi di Correggio, Memorie – questo era anche il titolo del volume che l’accompagnava (2) –, che si sarebbe rivelata uno snodo decisivo nel suo percorso. In verità, quelle opere – immagini della città natale e di altri luoghi in cui si era trovato, compresi gli interni di fabbriche abbandonate, di umili case, del manicomio dismesso di Novara, sulle quali il suo sguardo si era soffermato, intriso di un sentimento di nostalgia e di un tono elegiaco per una lontananza, soprattutto temporale, di cui Cattani sembrava cogliere, insieme, il valore perenne di testimonianza di verità e il senso di una perdita talvolta lancinante – non costituiva un approdo imprevisto, giacché tutto il suo lavoro precedente (penso alle immagini in bianco e nero scattate all’interno dei musei o nei giardini abitati da sculture) era in fondo segnato dalla medesima impronta e educazione sentimentale. In questi ultimi anni Bruno è andato approfondendo questa sua ormai elettiva visione, senza tuttavia mai tradirne il senso profondo delle motivazioni e degli esiti cui lui aspira. Non mancano, del resto, nell’universo, anche quello a noi più prossimo, e quotidianamente contiguo e familiare, occasioni per imbattersi in lacerti del reale, dentro una determinata situazione di luce, ed allora per un artista-fotografo scatta il desiderio di fissarli attraverso uno sguardo consapevole del valore di ciò che un tempo conoscemmo, che abbiamo perduto e che ora torna a rivelarsi.

Scorrono davanti a noi alcune delle immagini che Cattani ha incontrato in questi anni, durante i suoi viaggi: innanzitutto, i giochi che rievocano l’età perduta dell’infanzia. Se qualche tempo fa erano i giocattoli veri e propri, magari minuscoli, ad intrigarlo, ora sono le giostre circolari per bambini, con i cavalli fissati su una piattaforma rotante, sui quali chi s’affaccia alla vita si issa, mentre il duplice movimento, del disco e del cavallo, lo illude di stare andando al galoppo, sentendosi ormai proiettato in una dimensione fantastica. Sono, ancora, un grande cavallo a dondolo, solitario nell’angolo di un giardino, con i due sedili alle estremità per chi voglia sfidarsi e divertirsi in una contesa senza fine, e sono i calcinculo, con le persone sui seggiolini che ruotano nel cielo e che sentono che ormai sconfitta è la forza di gravità. Oppure, lo sguardo di Cattani si è posato sulle insegne di un albergo e di uno stabilimento balneare, sul piccolo aereo issato sul tetto di una casa, lì misteriosamente atterrato. Bruno ha pure ideato e composto un trittico di particolare suggestione, con un piccolo aereo rosso al guinzaglio di una struttura metallica – che, a seconda del lato da cui si inizi a guardarlo, pare intento all’atterraggio o al decollo –: un movimento che immediatamente dischiude dentro di noi la memoria dei giochi dell’infanzia, quando trainare, attraverso una cordicella, un camioncino, un piccolo treno o un aeroplanino, significava cominciare a ridurre alla nostra dimensione di bambino ciò che pareva incommensurabilmente più grande di noi. Ed ancora: il frammento di un muro su cui sono dipinti tre tonni blu e quello che reca, raffigurati, un prato, fiori e uccelli in volo; l’antico busto marmoreo verso cui si protende dal basso una mano, quasi volesse accarezzarne la barba o afferrarne con impertinenza la punta; i vetri di una finestra che riflettono un palazzo di fronte, con una tenda bianca che fuoriesce all’estremità sinistra e la mano di una statua vicina (che possiamo solo immaginare) che si protende per afferrarla; le vite e i brani di realtà racchiusi in una stanza (gli abiti appesi, il letto sfatto) che traspaiono dall’interno od oltre le finestre di un edificio; i tabelloni per insegne pubblicitarie vuoti, quasi trasparenti e dello stesso colore plumbeo del cielo che li sovrasta. E ci sono infine alcune immagini che apertamente ci introducono nei territori di ciò che potremmo definire gli enigmi, i misteri che s’annidano nelle vite ordinarie: la luce solitaria sotto un albero, con sopra un cielo stellato senza confini, porta di accesso all’infinito (una fotografia che pare la rappresentazione visiva della massima di Kant cara a Luigi Magnani: “il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me”); la casa nella notte, davanti alla quale sostano due pick-up (un’immagine che sarebbe la copertina perfetta per una detective story); la pioggia battente nella notte, con i fari di un’auto (dal cui interno la fotografia è stata scattata) che esplorano il buio che tutto avvolge: la campagna, gli alberi, l’arduo confine da distinguere tra la strada da percorrere e i campi che l’affiancano. Quanti misteri sono racchiusi in queste immagini! Pensiamo solo, per fare un ulteriore esempio, al piccolo tendone da circo allestito all’interno di un capannone industriale… Ecco confermata un’intuizione di Charles Simic, lo scrittore di origine serba che vive da sessant’anni negli Stati Uniti: “L’occhio attento rende il mondo misterioso”. (3) 

Una fotografia – ci conferma Cattani – può svelarci cose che fino al momento in cui la guardiamo erano rimaste nascoste, celate nell’apparente ordinarietà del reale, e che solo quel congegno diabolico racchiuso nella macchina fotografica (attraverso la scelta di una certa inquadratura, dentro una certa luce) riesce a cogliere. Certo, prima di noi chi l’ha scattata ha avuto modo di guardarla, talvolta di prefigurarne, come fanno i grandi fotografi, l’esito finale, o perlomeno di intuirlo, anche se solo nel processo di stampa spesso se ne colgono i misteri – come fa, emblema paradossale di queste virtù rivelatrici della fotografia, Thomas (David Hemmings), il protagonista di Blow-Up di Michelangelo Antonioni, quando scatta le sue immagini nel parco e poi, sviluppandole, arriva addirittura a intravedere un tentativo di assassinio. 

Ciò che accomuna tutte le immagini di Cattani è quest’epifania, questo miracolo di un incontro inaspettato, di una memoria ritrovata. Il termine di “Memorie”, con il quale Bruno continua a connotare la sua raccolta di immagini, assume dunque una duplice declinazione, del resto insita in una parola così ricca di suggestioni e gravida di significati: il fotografo, nel cammino della sua vita, incontra situazioni che fanno scattare e riaffiorare in lui certe sensibilità, sepolte e a lungo rimaste, come i sensi che non vengono sollecitati dall’uso, silenti; colui che guarda queste immagini vi ritrova sentimenti e ricordi perduti, associazioni di senso che altrimenti mai si sarebbero affacciate alla sua mente. È davvero straordinaria la capacità di una fotografia di smuovere l’immaginario, di fare scattare una rêverie, una fantasia, forse talvolta memorie di sogni e di fantasmi, in cui si mescolano esperienze della realtà, letture di romanzi, visioni di film. Ci si può così riconoscere, grazie alla nostra educazione sentimentale, in qualcosa che, pur essendoci ignoto, pur non avendo mai fatto parte della nostra esperienza visuale nel corso della nostra vita, ci appare come familiare. Grazie a fotografie come quelle di Bruno Cattani possiamo cogliere la verità profonda di un’altra annotazione di Charles Simic: “Si può provare nostalgia per un tempo e un luogo che non si sono mai conosciuti? Secondo me sì”. (4)

Che cosa rende peculiari e riconoscibili le immagini di Bruno Cattani del ciclo Memorie? Al di là della diversità dei soggetti – che tuttavia, se li si esamina attentamente, coprono uno spettro ristretto del reale, pur essendo stati fissati in luoghi anche molto lontani del mondo, quasi che Bruno abbia ormai selezionato un proprio linguaggio, un proprio codice di lettura che sa riconoscere e nominare alcune cose –, ciò che s’impone al nostro sguardo è il taglio prospettico e il tono che le pervade. Cattani padroneggia la cultura del frammento, assieme all’esigenza di geometrie che tutto governino – si pensi ai non infrequenti rispecchiamenti tra cielo e terra, accentuati da un tono che uniformemente li pervade –, e  dell’importanza, talvolta determinante, di ciò che sta fuori dell’immagine, e che possiamo intuire con la fantasia o con qualche lacerto che appare magari sui bordi. Nello stesso tempo, è chiaramente andato alla ricerca e alla conquista, in questi anni, di una tonalità che caratterizzasse i sentimenti che intendeva esprimere. Se nelle prime opere tutto pareva rivestito di un colore un po’ plumbeo e fosco, quando la luce declina verso il buio o quando nuvole compatte impediscono ai raggi del sole di squarciare il velo che scherma l’azzurro del cielo, ora talvolta il mondo ci appare più terso, anche se sempre c’è qualcosa di biancastro e di caliginoso – una sorta di chiarore nevoso, come se in tutta la visione aleggiassero evanescenti fiocchi biancastri – che ci ricorda la distanza da un luogo e da un tempo, che non possono mai essere quelli in cui ci troviamo ora immersi a guardare. Arikha ha osservato che lo stile è “una frequenza” che “sta all’artista come il timbro della voce sta all’uomo” (5): Cattani ha ormai conquistato un proprio stile peculiare, che lo rende immediatamente riconoscibile; la voce di Bruno si è fatta in questi anni forse più pacata e sommessa, ma ancor più ricca di sentimenti e di sfumature. Nelle sue immagini trovano spazio “le ragioni del cuore” di cui parlava Blaise Pascal (“il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce” (6)), certo da non intendersi come sentimentalismo buono per tutte le stagioni e occasioni, ma come pensiero, intuizione poetica della mente che sceglie di vedere il reale attraverso il filtro congiunto del cuore e delle ragione: le sue immagini sono l’esito di una visione del mondo e di una percezione dell’occhio, che sa selezionare certi scorci. Stile e tono tutto impregnano e unificano in queste immagini, che ci coinvolgono in sensazioni che vanno ben oltre il piacere dello sguardo, per diventare riflessioni sul valore e sul senso dell’esistenza, per di più catturati da queste inestricabili visioni di familiare e di magico. Mi paiono, le fotografie di Cattani, la conferma della verità profonda che Glenn Gould aveva intuito: “Lo scopo dell’arte non è procurare una momentanea scarica di adrenalina ma è, piuttosto, la costruzione graduale di uno stato di meraviglia e serenità che dura tutta la vita”(7).


  1. (1) Avigdor Arikha, La pittura e lo sguardo. Scritti sull’arte, traduzione e cura di Monica Ferrando, Neri Pozza, Vicenza 2016, p. 358
  2. (2) Bruno Cattani, Memorie, a cura di Sandro Parmiggiani, Allemandi, Torino 2010
  3. (3) Charles Simic, La vita delle immagini, traduzione di Adriana Bottini, Adelphi, Milano 2017, p. 284
  4. (4) Charles Simic, ibidem, p. 285
  5. (5) Avigdor Arikha, ibidem
  6. (6) Blaise Pascal, Pensieri, a cura di Paolo Serini, Einaudi, Torino 1967, pp. 58-59
  7. (7) Emmanuel Carrère, Propizio è avere ove recarsi, traduzione di Francesco Bergamasco, Adelphi, Milano 2017, p. 303